.





“Robert was concerned with how to make the photograph, and I with how to be the photograph.”

Patti Smith, Just Kids, Harper Collins










“Lui s’era comprato degli indumenti nuovi: un abito, una camicia, un paio di scarpe e una macchina fotografica ed era andato nel migliore ristorante di Mosca, al Nacional, e aveva ordinato i piatti più cari, aveva bevuto del cognac e del caffè, accompagnandolo con una torta di gran pasticceria. Alla fine, quando era stato sazio, aveva chiesto a qualcuno di fotografarlo in quello che era il momento più felice della sua vita. ‘Torno nell’appartamento dove vivevo e mi rendo conto di non provare alcuna sensazione di felicità. Nonostante quell’abito, quella macchina fotografica… Perché non ero felice? Mi sono tornati in mente di colpo i pneumatici, la zuppa preparata nel locale della caldaia. Lì sì ero compitamente felice perché la felicità la cercavamo allo spasimo. La felicità… Lui non avrebbe mai barattato i suoi anni nel lager con nient’altro al mondo… Erano la sua riserva segreta, la sua ricchezza. Aveva vissuto nei lager dai sedici fino quasi ai trent’anni…”.

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani






Febbraio ‘19 / Venezia, Arla, Origlio
“Per strada, fu preso dal panico quando si rese conto di non sapere il nome degli alberi (acero, noce, tiglio, quercia, ecc.) dei fiori (tagete, petunia, giglio, iris, ecc.) e delle automobili (Toyota, Nissan, Cadillac, Infiniti, ecc.). Sembravano macchie vuote, come pagine di un album di fotografie da cui avessero strappato via tutte le immagini. Si sforzò di distogliere lo sguardo assente dalle strade che non riusciva a comprendere e di camminare tenendo gli occhi fissi davanti ai propri passi: fenditure nel cemento, mozziconi schiacciati, rametti rotti, impronte pietrificate. Avrebbe voluto essere cieco.”

Aleksandar Hemon, Blind Josef Pronek & Dead Souls, Einaudi