Oslo
Louise Bourgeois, Oslo, 2024 / Leica M6, Ilford Hp5

Oslo

Alle nove è ancora parecchio buio. Esco e vado in direzione dell’ Astrup Fearnley Museum, costruito da Renzo Piano, attraversando un quartiere ben tenuto e elegante. In giro non c’è nessuno. Né persone né auto, e quelle poche in circolazione sono elettriche e strisciano silenziose come serpi. Sembra di essere ai tempi del Covid. Non so se ho fatto bene a venire qui in pieno inverno.

Arrivo al Museo e lo trovo chiuso. Apre solo a mezzogiorno, in barba agli orari ufficiali. Faccio qualche foto di genere invernal/nebbioso alla baia e poi cerco un luogo caldo, un caffè o simile. Non c’è abbondanza. Anzi, non ne trovo nemmeno uno aperto. Proliferano invece i palazzi d’abitazione recenti, lussuosi, con vista sul mare e - per chi passa in strada - vista nei saloni e nelle camere da letto, data l’assoluta mancanza di tende, di tapparelle e delle altre diavolerie che normalmente servono ad attutire la luce che qui - almeno per ora - non c’è.

In una via parallela al Museo trovo finalmente un caffè. Esagero un po’ con le ordinazioni, visto che ho tempo, fame e freddo. La colonna sonora sembra copiata da una delle mie playlist, con pezzi gloriosi di CSNY, Joni Mitchell, Bruce Springsteen, Bob Dylan, … C’è anche Rodriguez. Chiedo all’unica cameriera se «posso avere un bicchiere d’acqua, please». Mi risponde di no. Sono perplesso… Insomma, ci casco. Voleva solo scherzare e ride felice. Le chiedo anche un tovagliolo. In fondo il norvegese non è difficile. Alcune parole suonano persino famigliari. Il tovagliolo è chiamato serviette. Come in dialetto. Senza nulla voler togliere alla variante mantin che però in questo momento è fuori contesto.

Oslo, dicembre '24