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Paolo Rumiz




“Apro le mie mappe sul tavolo della cucina, ed eccomi davanti a migliaia di chilometri d’Europa inghiottiti dall’oblio. La Galizia è uno degli orrori del secolo, eppure resta lì, rimossa dagli austriaci, non calcolata da russi e polacchi, guardata con spocchia dai francesi, snobbata da inglesi e belgi. Figurarsi dagli italiani. Digito d’istinto sul computer le parole “die vergessene Front”, il fronte dimenticato, e cosa ne esce? Galizia. E giù foto: cavalli, prigionieri col colbacco, zingari, ebrei, armate nella neve, chiatte su fiumi immensi, trincee di terra tenute su da puntoni in legno. Ponti distrutti, generali con la pelliccia. E fango, fango, fango.”

Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli
“Quando ero in Ucraina e Polonia, ridevo come te, sussurravo, brontolavo, gesticolavo e cantavo come te; e tu mi stavi addosso, su quelle tradotte. Me ne accorgo solo ora. Guardavo come un ebete le tue foto da soldato, senza capire che in realtà eri tu che guardavi me. Succede a volte con chi si ama: quando quella persona se ne va, tu pensi di soffrire e invece lui ti fa il nido dentro, e tu non senti più la mancanza.”

Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli

“Nonna Alida s’arrabbiava a sentir dire “Grande guerra”, ma io credo che in una cosa quel conflitto fu grande, anzi enorme: la capacità espressa dagli uomini del tuo tempo di resistere all’annichilimento. Guardo le loro foto e vedo individui, vite scolpite nelle rughe. Oggi vedo facce di plastica di una massa imbottita di anestetici. Cristo santo, voi almeno savevi rider, cantar, sperar. Oggi c’è solo rumore. E dietro il rumore, il silenzio del nulla. Le guerre del tuo secolo hanno piegato il mondo, ma la pace che è seguita gli ha dato il colpo di grazia. Non c’è niente di paragonabile alla ferocia con cui le nazioni si sono avventate sul mondo dopo il 1945.”

Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli