Orhan Pamuk

“Ogni sguardo alle fotografie mi insegnava l’importanza della vita che si viveva, e soprattutto di alcuni momenti sottratti alla vita stessa, protetti contro il tempo e fissati in una cornice. Osservare mio zio che interrogava mio fratello su un problema di conti e vedere nello stesso istante una sua fotografia scattata trent’anni prima, oppure osservare mio padre, di cui capivo dal sorriso che mentre sfogliava il suo giornale partecipava anche agli scherzi nella sala affollata, e vedere nello stesso istante una sua foto di quando aveva cinque anni, la mia età, e i capelli lunghi come una bambina, tutto ciò mi dava la sensazione che noi potessimo vivere quei momenti particolari della vita come se fossero le occasioni speciali ora inquadrate nelle cornici.”

Orhan Pamuk, Istanbul, Einaudi
“La città della mia infanzia era una fotografia in bianco e nero, un mondo semibuio e grigio, almeno io me la ricordo cosí, anche perché da sempre mi hanno attratto gli interni delle abitazioni, nonostante sia cresciuto nell’oscurità di una deprimente casa-museo. Le strade, i viali e i quartieri lontani mi sembravano luoghi pericolosi, usciti da film di gangster in bianco e nero. A Istanbul, mi è sempre piaciuto di piú l’inverno che l’estate: ancora oggi rimango a osservare i pomeriggi che arrivano presto, gli alberi senza foglie che tremano nel vento, gli uomini con giacche e cappotti neri, sulle strade semibuie, che tornano a casa in fretta, nelle giornate di fine autunno o inizio inverno. Anche i muri dei palazzi antichi e delle vecchie case signorili di legno ormai crollate, che adesso hanno preso il colore speciale di Istanbul, fatto di trascuratezza e desolazione, mi risvegliano dentro una dolce tristezza e un desiderio di contemplazione. Le sfumature in bianco e nero delle persone che tornano a casa di corsa nelle giornate invernali, quando il buio arriva presto, mi spingono a pensare che anch’io appartengo a questa città, e condivido qualcosa con la sua gente. Mi sembra che il buio della notte sia davvero in grado di coprire la miseria della vita, delle strade e degli oggetti, mentre respiriamo dentro le case, nelle stanze e nei letti, impegnati con i sogni e le fantasie costruite sulla ricchezza della vecchia Istanbul, avvolta nelle sue leggende ora smarrite. Mi piace il buio delle fredde sere invernali, la notte che scende ad ammantare di poesia i quartieri periferici deserti e i pallidi lampioni, anche perché ci tiene lontani dagli sguardi degli occhi stranieri, occidentali, e copre la miseria della città che noi vogliamo nascondere imbarazzati.”

Orhan Pamuk, Istanbul, Einaudi
“Anche lei, come gli altri, aveva una foto della defunta appuntata sul colletto. L’idea della foto si era diffusa nei funerali in seguito ai delitti politici, frequenti in quel periodo, e in breve tempo era stata assimilata anche dalla borghesia di Istanbul. Il fatto che esponenti dell’alta società, con gli occhiali scuri, addolorati (ma sotto sotto felici), proprio come i militanti di destra e di sinistra si appuntassero al colletto queste fotografie (di cui qui espongo alcuni esemplari trovati anni dopo), conferiva a quel tipo di funerale, altrimenti immerso nella sua inevitabile atmosfera festaiola, l’aria e il prestigio di un ideale, di un qualche scopo supremo per cui valeva la pena morire. La fotografia incorniciata con una grossa e luttuosa striscia nera (a imitazione dell’usanza occidentale) aveva attribuito anche agli annunci funebri pubblicati sui quotidiani per la morte di Belkıs la stessa dignità della notizia dell’ennesimo delitto politico.”

Orhan Pamuk, Il museo dell’innocenza, Einaudi
“Questi processi di tanto in tanto venivano seguiti anche dalla stampa: nelle foto sui quotidiani, gli occhi di queste ragazze, che i giornalisti del tempo definivano «sedotte», venivano coperti con delle grosse strisce nere, cosicché non venissero riconosciute in quella ignobile situazione. Poiché le stesse strisce nere si usavano nelle foto sui quotidiani delle donne violentate o adultere, oppure delle prostitute beccate dalla polizia, in quegli anni leggere il giornale in Turchia era come aggirarsi a un ballo in maschera i cui protagonisti erano fotografie di donne con gli occhi coperti.”

Orhan Pamuk, Il museo dell’innocenza, Einaudi
“Alla spiaggia di Tarabya, dove andammo dopo la lezione, si sfilò il vestito solo un istante prima di buttarsi in acqua dal pontile. Per la prima volta dopo otto anni potei dare uno sguardo timido e veloce al suo splendido corpo. Ma in quello stesso istante in cui avrei potuto guardarla, corse a tuffarsi in acqua come per sfuggirmi. La scia di Füsun che si allontanava a nuoto, l’azzurro del Bosforo e il blu del suo bikini… tutto si fuse in un’immagine unica, indimenticabile. In seguito cercai per anni nelle fotografie e nelle cartoline dei tormentati collezionisti di Istanbul questa stessa meravigliosa sensazione, quel colore di felicità.”

Orhan Pamuk, Il museo dell’innocenza, Einaudi

“Figure in bianco e nero come i fumetti di quand’ero bambino, reminiscenze del passato scure e indefinite ma spaventose. Mi passarono davanti agli occhi scene della vecchia Istanbul tratte da film, strade innevate, cartoline in bianco e nero. Tutte queste immagini avevano il sapore di ricordi prima dimenticati e poi riscoperti.
Queste visioni mi insegnavano che la felicità che agogniamo è indissolubilmente legata al piacere che la vista ci regala, il piacere di vedere questo mondo, questa realtà.”

Orhan Pamuk, Il museo dell’innocenza, Einaudi


“Quando vedeva questa foto Muhittin pensava a cosa fare per non diventare come suo padre, e ogni volta si faceva prendere dal panico. Quell’uomo chiuso nella sua cornice d’argento, sulla mensola della libreria di fronte a lui, era niente piú che un soldato qualunque, una vita sprecata vissuta nell’attesa di qualcosa che non è mai arrivato, un miserabile che non era mai riuscito a elevarsi al di sopra delle apparenze…”

Orhan Pamuk, Il signor Cevdet e i suoi figli, Einaudi 
“Aprí la scatola dove teneva le vecchie fotografie, le prese a una a una e le sparpagliò sulla scrivania. L’idea iniziale era di scrivere i ricordi che quelle foto ridestavano in lui, poi, però, il pensiero che qualcuno li potesse leggere l’avrebbe comunque bloccato facendogli strappare tutti i fogli che aveva scritto fino a quel momento. Fissò una foto scattata durante il viaggio a Berlino. «In questa fotografia sono con mia moglie… Il viaggio a Berlino per me è stato molto istruttivo. In Germania ho visitato una delle immense fabbriche Krupp… Dobbiamo aprire delle fabbriche anche qui da noi. Sí, pressappoco cosí. Cos’altro mi viene in mente guardandola? La fotografia è una cosa meravigliosa, oltre che utile. Non dimenticatevi di scrivere la data in un angolino…”


Orhan Pamuk, Il signor Cevdet e i suoi figli, Einaudi
“Guardai gli alberi stanchi, le solite case a due piani, i palazzi sporchi che da bambino avevo visto costruire dalle fondamenta fino alle tegole del tetto, e dove poi avevo giocato con i miei nuovi amici, li guardavo come fossero fotografie che non sapevo piú quando e come fossero state scattate, non erano piú pezzi irrinunciabili della mia vita. Li riconoscevo distinguendo le ombre, le finestre illuminate, gli alberi nei cortili, o le lettere e i cartelli sui portoni ma dentro di me non sentivo piú la forza delle cose note.”

Orhan Pamuk, La vuova vita, Einaudi