opcit

Irène Némirovsky




“Lui prima c’era venuto con i figli, poi da solo. All’ingresso del bosco c’era una casa abbandonata: si trattava di un’antica dacia, una casa di vacanze, di legno dipinto in verde acqua, con due grifoni di pietra sulla porta. Avevano tentato di darle fuoco, poi l’incendio era stato spento; tutto un pezzo di muro era annerito dal fumo. I vetri erano stati rotti a colpi di pietra; alzandosi in punta di piedi si poteva vedere un salotto buio, pieno di mobili. Un giorno, passando il braccio attraverso la finestra aperta, Reuss aveva staccato dalla parete una fotografia. Sotto il vetro era tutta incurvata, ingiallita dall’umidità di un lungo autunno e di un inverno in cui non era mai stato acceso il fuoco. Era la fotografia di una donna. L’avevano guardata a lungo, con una specie di disagio: quei lineamenti sconosciuti emanavano una cupa e sinistra poesia. Poi l’avevano sepolta nella neve, sotto un abete. Le porte della casa erano spalancate, e ondeggiavano sui cardini mezzo divelti.”

Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Newton Compton

“Zoppicava un po’, appoggiandosi rapida su una gamba. I suoi lineamenti erano vaghi, lavati dalle lacrime come una vecchissima fotografia; il collo giallo e rugoso usciva dal colletto pieghettato della camiciola bianca. Portava di continuo la mano al torace piatto, come se ogni parola pronunciata le facesse sussultare il cuore. Era sempre triste, malinconica, spaurita; tutto le serviva da pretesto per sospirare, per lagnarsi. “

Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Newton Compton
“Di domenica, era di riposo la domestica. In tavola era pronto un pranzo freddo. Mangiarono appena, poi Lulù mise le rose davanti a una vecchia fotografia di Jurij, che lo ritraeva bambino. «Che strano sguardo aveva», disse Lulù, «non ci avevo mai fatto caso... Una sorta di indifferenza, di stanchezza, guardate...». «Ho sempre visto questo sguardo nei ritratti delle persone che sarebbero morte giovani o in modo tragico», sussurrò Kirill con un certo imbarazzo, «come se loro sapessero tutto prima e se ne fregassero... Povero Jurij, era il migliore di tutti noi...». Contemplarono in silenzio la piccola foto, sbiadita.
«Ora è tranquillo, è affrancato da ogni dolore per sempre». Lulù sistemò i fiori con cura, accese due candele, le dispose ognuna a un lato del ritratto; restarono in piedi, immobili, sforzandosi di pensare a Jurij, ma la tristezza che provavano era come raggelata, come se lunghi anni fossero trascorsi dalla sua morte. E invece erano soltanto due anni...”

Irène Némirovsky, Come le mosche d’autunno, Adelphi

“Poi, il tempo passò, ed Hélène si ritrovò sola nella camera vuota, dove restavano ancora tutti gli oggetti personali della morta, la vecchia fotografia scolorita che la mostrava tra le sorelle, a vent’anni, con i capelli leggeri come il fumo a circondarle il viso, con un nastro di velluto al collo, col corpo sottile e rotondo stretto in una cintura. Hélène la contemplò a lungo, senza piangere. Le sembrava che il peso delle lacrime le riempisse il cuore, duro e grave come una pietra.”

Irène Némirovsky, Il vino della solitudine, Newton Compton
“Parlavano spesso di lui e al suo ritratto era stato assegnato il posto d’onore, in sala da pranzo: una fotografia incorniciata, ornata da una coccarda tricolore e da un nastro a lutto. Era stato ritratto con l’uniforme: sembrava più alto, più imponente di quanto in realtà non fosse. Davanti all’obiettivo aveva raddrizzato il collo e aveva tenuto a freno l’abitudine di tirarsi la barba o strofinarsi gli occhi stanchi... Guardava davanti a sé con un’espressione strana, saggia, attenta, dolce, ma nella quale si coglieva una certa freddezza, seppure appena percepibile, una sorta di distacco, come se in quel giorno, in quel villaggio delle retrovie nel quale era stato fotografato una settimana prima che morisse, avesse detto per sempre addio al mondo.”

Irène Némirovsky, I fuochi dell’autunno, Adelphi
“Sul caminetto, fra un piccolo vaso d’argento pieno di rami di agrifoglio e una lampada, c’erano fotografie che Yves aveva sotto gli occhi da quando era nato: la signora Pain, quando era giovane, snella, sorridente e con i capelli vaporosi, poi Yves a tre anni, le due sorelline, Martial Brun. Yves aveva sempre guardato la foto di quest’ultimo con una strana curiosità. Gli avevano detto: «Era un cugino di tua madre che è stato ucciso in guerra. Era un dottore».”

Irène Némirovsky, I fuochi dell’autunno, Adelphi