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Guzel’ Jachina




"Apre la grande cassaforte d’acciaio. Lì dentro, nei cinque scomparti robusti delle sue viscere fredde, c’è tutta Semruk: piccoli e grandi, vecchi e novellini, vivi e morti, la loro vita di persone e di lavoratori, speranze, crimini, disgrazie, successi, sanzioni, nascite, morti, malattie, piani di produzione e risultati effettivamente raggiunti. È tutto lì, bollato e cucito, perfettamente ordinato e diviso in cartelle e scatole accuratamente legate con lo spago, stretto con le graffette, impregnato di odore di ferro e di inchiostro. Ignatov guarda i documenti di identità (alcuni li hanno avuti nonostante la condanna, ma sono obbligati a lasciarli in custodia al comando; di nuovo: meglio prevenire, come si diceva), i certificati di nascita (li aveva scritti lui, tutti quanti), le fotografie, gli elenchi dei nuovi arrivati, le richieste ufficiali, le delazioni, le referenze, le richieste di grazia, le lettere che il censore aveva requisito e non avevano mai raggiunto il destinatario, sepolte nei secoli dei secoli nelle pratiche di ognuno…".

Guzel’ Jachina, Zuleika apre gli occhi, Salani
“Sguardo severo, solenne; è senza occhiali, dunque il suo sguardo è anche un po’ sognante, è uno sguardo da bambino. Sul petto l’argento dell’Ordine della Bandiera Rossa. È la foto della tessera di partito. L’articolo è lungo, dettagliato, deborda a lettere minute sulla pagina accanto. In un angolo c’è una vignetta: una mano possente stringe il collo di una vecchia che strabuzza gli occhi folli e ha una decina buona di serpenti al posto dei capelli; il collo è sottile sottile, flaccido, prossimo a spezzarsi, ma i serpenti sono cattivi come diavoli e mostrano i denti alla mano che li ha catturati, cercano di morderla.”

Guzel’ Jachina, Zuleika apre gli occhi, Salani
"Una sera, prima di dormire, Ignatov aveva ripensato alla prima volta che aveva visto Zuleika accartocciata sulla slitta, infagottata nel suo scialle spesso e in un tulup fuori misura. Poi, come un lampo, era toccato al marito e alla sua faccia: i cespugli delle sopracciglia, il naso con le narici grasse e grosse, lo zoccolo fesso del mento. Ce l’aveva davanti agli occhi, nitidissimo, come in fotografia. Lì per lì non ci aveva fatto troppo caso e si era addormentato. Ma l’altro gli era comparso anche in sogno: lo guardava fisso, senza fiatare. Lo aveva svegliato, quello sguardo. Ignatov si era girato dall’altra parte con un’alzata di spalle e si era riaddormentato. Però quell’altro era tornato. Di nuovo."

Guzel’ Jachina, Zuleika apre gli occhi, Salani