Aleksandar Hemon

“Per strada, fu preso dal panico quando si rese conto di non sapere il nome degli alberi (acero, noce, tiglio, quercia, ecc.) dei fiori (tagete, petunia, giglio, iris, ecc.) e delle automobili (Toyota, Nissan, Cadillac, Infiniti, ecc.). Sembravano macchie vuote, come pagine di un album di fotografie da cui avessero strappato via tutte le immagini. Si sforzò di distogliere lo sguardo assente dalle strade che non riusciva a comprendere e di camminare tenendo gli occhi fissi davanti ai propri passi: fenditure nel cemento, mozziconi schiacciati, rametti rotti, impronte pietrificate. Avrebbe voluto essere cieco.”

Aleksandar Hemon, Blind Josef Pronek & Dead Souls, Einaudi 
“Passai in rassegna l’appartamento dei miei, toccando tutto: la tovaglia a righe, pulita; la radio con sette tasti color avorio e un adesivo di Paperino; le maschere africane col loro ghigno; i tappeti, con i motivi geometrici, intricati ma familiari, pieni di tagli, sotto i quali si vedeva che il parquet non c’era piú, bruciato nella stufa arrugginita che stava nell’angolo; le tazzine, il macinacaffè, i cucchiaini; i vestiti di mio padre, umidi, lacerati dalle bombe; le maniglie nere, l’orologio a cucú, ora defunto; il vaso di cristallo, le opere complete di Joseph Conrad, metà delle quali, non c’erano piú, bruciate nella stufa; i rubinetti che perdevano; le fotografie, in bianco e nero e a colori. Ci siamo noi tre sulla spiaggia di Makarska, mia madre sulla sinistra con un foulard e gli occhiali da sole, mio padre a destra, con una sigaretta che gli pende da un angolo della bocca, e in mezzo io, seduto su un asino triste e disorientato con un sombrero sul muso.”

Aleksandar Hemon, Blind Josef Pronek & Dead Souls, Einaudi
“Lei indicò una teca di vetro sotto la finestra: una madia per pane crepata; una medaglia a testa d’aquila ricoperta di una ruggine psorica; una lettera la cui grafia si scioglieva in onde azzurrognole. Bogdan si chiese se la lettera fosse stata portata lí dal paese d’origine oppure mai spedita da quello nuovo. Dopodiché costeggiarono pareti passando in rassegna fotografie di contadini esangui, consumati dalla carestia, in fila per lo scatto come per un’esecuzione, e ritratti di rigidi uomini in bianco e nero arrivati qui molto tempo prima, gli occhi sporgenti come se le cravatte strettamente annodate gli togliessero l’aria. Pany Mayska si fermò davanti alla foto di un uomo dall’aria ebete con folti mustacchi e un paio di occhiali tondi dalla montatura sottile: quello era suo marito, disse, con un tremito nella voce.”

Aleksandar Hemon, Amore e ostacoli, Einaudi
“I suoi lavori fotografici meritano di essere menzionati, anche se la loro principale funzione era di immortalare l’impietoso scorrere del tempo. La maggior parte delle sue foto sono strutturalmente identiche nonostante il cambio di vestiti e di sfondo: mia madre, mia sorella e io davanti all’obiettivo, con il passaggio del tempo scandito dall’aumento delle rughe e dei capelli grigi per mia madre, dall’estensione del sorriso radioso di mia sorella e dalla grevità del ghigno e dello strizzamento d’occhi per me.”

Aleksandar Hemon, Amore e ostacoli, Einaudi
“In tempi brevi, mia madre sistemò l’appartamento con i mobili usati che la sua insegnante di inglese aveva dato loro. Il posto sembrava ancora vuoto, sprovvisto di tutti quei frammenti di vita vissuta che ti riportano a casa: il pesante posacenere di malachite che mio padre aveva portato dallo Zaire; una foto di me e mia sorella bambini, arrampicati su un ciliegio, sorridenti, mia sorella con la guancia premuta contro il mio braccio, io che mi reggo a un ramo con entrambe le mani come uno scimpanzé (caddi dall’albero e mi ruppi il braccio un attimo dopo lo scatto); una spilla a forma di ragno che mia madre teneva in un pesante posacenere di cristallo; una macchia di umidità su una tubatura del bagno che sembrava un Lenin barbuto e capellone; barattoli di miele con minuscole api che dagli angoli dell’etichetta volavano verso il centro, dove campeggiavano in grassetto le parole «Vero miele»: non c’era nessuna di queste cose, che lentamente si riducevano a meri ricordi.”

Aleksandar Hemon, Amore e ostacoli, Einaudi
“...aveva sposato un’avvocatessa americana che raccoglieva prove di crimini di guerra in territorio bosniaco. Un flirt internazionale su cui i giornali ricamarono: lui l’aveva corteggiata cantando e componendo poesie; lei l’aveva portato sui luoghi delle fosse comuni. In una foto del loro matrimonio lei appariva due spanne piú alta di lui, una bella donna sui quaranta con il viso affilato e i capelli corti. Conseguentemente Dedo produsse un volume di poesie dal titolo L’anatomia del mio amore, in cui comparivano svariate parti del fisico straordinariamente sano di lei. C’erano poesie sul suo collo del piede e sul tallone, sulla sua ascella e sui seni, sul suo fondoschiena e sulla grandezza dei suoi occhi, sulle protuberanze delle ginocchia e i rilievi della colonna vertebrale. Si chiamava Rachel.”

Aleksandar Hemon, Amore e ostacoli, Einaudi