opcit

Vasilij Grossman





“Un giorno Katja trovò una fotografia del padre nell’armadio. Era la prima volta che vedeva quel viso, ma era come se qualcuno le avesse detto che era lui. Sul retro era scritto: «A Lida, da un povero Asra, che dopo aver amato muore in silenzio». Non disse niente alla madre, ma quando tornò da scuola prese la fotografia e fissò a lungo gli occhi del padre, scuri e tristi, o così le pareva.”

Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi
“E a terra volano pezze da rammendo accuratamente riposte, matasse di filo, mutande da bambino, camiciole, lenzuola, pullover, forbicine, rasoi e pennelli da barba, fasci di lettere, fotografie, ditali, boccette di profumo, specchi, cuffiette, scarpe, stivali per i giorni più freddi ricavati da vecchie coperte imbottite, scarpe da donna, calze, pizzi, pigiami, panetti di burro, caffè, vasetti di cacao, abiti da preghiera, candelabri, libri, gallette, violini, cubetti di legno.”

Vasilij Grossman, L'inferno di Treblinka, Adelphi
“Il suo album di famiglia era pieno di fotografie di ragazze dai capelli corti e dai visi severi, che indossavano abiti molto attillati con le maniche e alti colletti neri, e di studenti dai capelli lunghi, con plaid scozzesi gettati sulle spalle. Aleksandra Andreevna ricordava i loro nomi e i loro destini, tristi, nobili, dimenticati da tutti: uno era morto di tubercolosi al confino, una si era annegata nello Enisej, un’altra era morta lavorando nel governatorato di Samara durante un’epidemia di colera, un’altra ancora era impazzita ed era spirata nell’infermeria del carcere.”

Vasilij Grossman, La cagnetta, Adelphi
“La sua massiccia testa è coperta di riccioli grigi e canuti che il largo berretto di montone non riesce a trattenere. Andreas ha un viso che farebbe deporre il pennello a Rembrandt: «Non ho nulla da fare, qui,» direbbe «ci ha già pensato la natura». E davvero è un viso che va fotografato, non dipinto. Andreas ha la fronte leonina, sopracciglia fitte e spioventi, pieghe profonde intorno alla bocca, il naso grosso, guance flaccide alla Hindenburg e occhi giallogrigi sporgenti, arrossati e al tempo stesso spenti. Ci sono bontà e stanchezza, in quegli occhi, una rabbia indomita e una tremenda tristezza, una mente che riflette e il furore della pazzia.”

Vasilij Grossman, Il bene sia con voi, Adelphi
“Da Anna Sergeevna – una donna magra, ancora giovanile malgrado i capelli grigi – abitava un nipote di dodici anni, figlio di una sorella defunta, un ragazzo pallido, chiuso in una giacchetta rammendata e rappezzata, così straordinariamente timido, taciturno eppure pieno di curiosità, come se ne possono vedere solo nelle famiglie di gente veramente povera. Alla parete pendeva la fotografia di Michalëv: un uomo dal viso triste, come se già allora, quando gli avevano scattato la foto, egli avesse previsto la sua sorte. Il figlio di Anna Sergeevna stava facendo il servizio di leva nelle truppe di riserva. La sua fotografia – un giovanotto dalle guance paffute, rapato a zero – era appesa accanto a quella del padre.”

Vasilij Grossman, Tutto scorre, Adelphi
“Tirò fuori la valigia da sotto il letto, prese le lettere e le fotografie di lei: quelle che teneva con sé da anni e quella che gli aveva mandato nell’ultima lettera, e la prima, la primissima, piccola, per la carta d’identità, avvolta in un foglio di cellophane, e cominciò a strapparle con le sue dita grandi e forti. Faceva a pezzi le lettere che lei gli aveva scritto, ma bastava qualche parola su un brandello di carta per riconoscere passaggi letti e riletti decine di volte, parole che gli toglievano il senno, e intanto il volto di lei, le sue labbra, i suoi occhi, il suo collo morivano per sempre, sparivano dalle fotografie strappate.”

Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi
“Poco oltre una mano sembra voler spingere fuori da quella stessa terra gonfia e senza fondo quanto sepolto dai tedeschi, e allora riemergono passaporti sovietici bruciati, taccuini in bulgaro, fotografie di bambini a Varsavia o Vienna, lettere scarabocchiate da mani infantili, un libro di versi, una preghiera annotata su un foglio giallognolo, tessere annonarie tedesche... E ovunque centinaia di boccette, di minuscole bottiglie sfaccettate di profumo – verdi, rosa, azzurre... Su tutto incombe l’odore tremendo della putrefazione che fuoco, sole, piogge, neve e vento non sono riusciti a sconfiggere. Mentre centinaia di piccole mosche strisciano su quegli oggetti bruciacchiati, sui fogli, sulle fotografie.”

Vasilij Grossman, L'inferno di Treblinka, Adelphi
“Quella notte la cittadina era stretta nella morsa di quanto di cupo, cattivo, fetido e sporco si era risvegliato, smosso dall’arrivo dei nazisti. Traditori e deboli di spirito uscirono da fossati e cantine, strapparono e gettarono nel fuoco i libri di Lenin, le tessere del partito e le lettere, staccarono dai muri le fotografie dei fratelli. Le lusinghe dell’abiura trovano sempre terreno fertile tra i poveri di spirito; per una lite fra comari al mercato o una parola scappata di bocca nascevano subito pensieri di vendetta; durezza, egoismo, indifferenza contagiavano i cuori. Per salvarsi la pelle, i vigliacchi si inventavano denunce contro i vicini di casa. E così dappertutto, in città grandi e piccole di paesi grandi e piccoli, ovunque arrivassero gli uomini di Hitler la feccia si levava dal fondo di fiumi e laghi, i rospi emergevano in superficie, e dove prima si coltivava il grano crescevano i cardi.”

Vasilij Grossman, Il bene sia con voi, Adelphi

“A un certo punto, mentre sfogliava un grosso album di fotografie con la carta spessa e la copertina in pelle, Maščuk aggrottò le sopracciglia in modo tale che tutti si sporsero per vedere. Era una foto di Getmanov nel suo ufficio alla regione, prima della guerra: era seduto a una scrivania sterminata, con indosso una camicia che sembrava militare e alle spalle un immenso ritratto di Stalin, come ce ne sono solo negli uffici regionali. Il viso, però, era stato scarabocchiato con le matite colorate: gli avevano aggiunto un pizzetto azzurro e degli orecchini blu.”

Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi

“E dunque, Viktor caro, anch’io ho radunato le mie cose. Ho preso il cuscino, un po’ di biancheria, la tazza che mi avevi regalato tu, un cucchiaio, un coltello, due piatti. Si ha bisogno d’altro, forse? Ho preso anche alcuni strumenti medici. E ho portato con me le tue lettere, le fotografie della mia povera mamma e di nonno David, e quella dove ci siete tu e tuo padre, poi un volumetto di Puškin, le Lettres de mon moulin, la raccolta di Maupassant dove c’è Une vie, un vocabolario, il volume di Čechov con Una storia noiosa e Il vescovo, e il mio cesto era già colmo. Quante lettere ti ho scritto, sotto questo tetto, quante notti ho pianto per ore sulla mia solitudine... Adesso posso finalmente confessartelo.”

Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi

“Tirò fuori la valigia da sotto il letto, prese le lettere e le fotografie di lei: quelle che teneva con sé da anni e quella che gli aveva mandato nell’ultima lettera, e la prima, la primissima, piccola, per la carta d’identità, avvolta in un foglio di cellophane, e cominciò a strapparle con le sue dita grandi e forti. Faceva a pezzi le lettere che lei gli aveva scritto, ma bastava qualche parola su un brandello di carta per riconoscere passaggi letti e riletti decine di volte, parole che gli toglievano il senno, e intanto il volto di lei, le sue labbra, i suoi occhi, il suo collo morivano per sempre, sparivano dalle fotografie strappate. Veloce, muoversi! Si sentiva già meglio, gli sembrava di essersela staccata di dosso, di averla estirpata, calpestata, si era finalmente liberato di quella strega.”

Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi
.