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Vinicio Capossela




“Di fronte alla sedia, sul muro, in luogo delle réclame di acconciatura Wella e Testanera, facevano mostra di sé vecchie fotografie. Erano ritratti di bestie da soma e di mulattieri. Volti fieri insieme a orecchie pelose e appuntite, zoccoli, guarnimenti, fucili, bisacce. Con alti cappelli calati sugli occhi, uomini e bestie stavano fermi, in formazione di banditi, a sfidare la macchina fotografica a mantice. Il loro sguardo trapassava il tempo.”

Vinicio Capossela, Il paese dei coppoloni, Feltrinelli
“E poi lungo le pareti, disposte in file ordinate, come quelle dei Caduti, centinaia di ritratti in bianco e nero, foto ricordo di sposalizi. Foto di spose semplici, foto di coppia, foto di gruppo. Il dito nell’anello, il testimone compito che firma con serietà grave, mani appoggiate una all’altra nel taglio della torta, gruppi di sposi coi rispettivi genitori impettiti, foto con gruppi e muli affiancati ai convitati più laterali. Foto di veli nuziali volanti a fianco di grossi bombati autopullman in partenza, nel grigio ventoso dell’inverno.”

Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni, Feltrinelli
“Uno sposalizio nato da un caso, da una voglia, da una serenata, da un mezzano, da un accordo, ed ecco, la Famiglia! Tutto per la Famiglia! Pronti a ogni sacrificio, finché morte non vi separi. Le fotografie stavano appese e ognuna pareva una celletta d’alveare, e come un alveare la sala si sentiva ronzare. Tutta la semenza, la discendenza di quei matrimoni, faceva uno sciame. Le foto degli sposi stavano lì, come un sacrario militare. Piccoli soldati anonimi, coraggiosi, incoscienti, che brindano prima di andare alla guerra, a sfasciarcisi contro. E con quale festa, con quale botto!
Armati di tutta la loro debolezza, corazzati a farne un fortilizio ispido, per affrontare la vita...”

Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni, Feltrinelli

“Tutta la casa era vuota di persone a eccezione della stanza che occupavamo. Ogni cosa riposava con ordine, nascosta, come se non la abitasse nessuno. Era un santuario, un reliquiario, un cimitero ordinato con le fotografie degli assenti nei vetri della credenza.”

Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni, Feltrinelli

“Era difficile essergli simpatici. Già era qualcosa essergli antipatici. Ispirava un timore reverenziale. Ti passava a fianco e non ti guardava proprio. Forse ti ascoltava, ma non se ne faceva accorgere. Si poteva solo intuire. Se lo saprai mai, lo saprai dopo. Non regalava mai niente subito. Magari teneva la tua foto nel portafogli, ma anche quello lo avresti saputo dopo, e da altri.”

Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni, Feltrinelli

“Ecco, vedete, io mi occupo di radunare la Storia, tutta la nostra minuscola Storia. Mando per il mondo un giornale, il “Giornale dell’Eco”, come quello che un tempo aveva gettato un ponte da una sponda all’altra di oceano. Lo redigo e spedisco a mie spese, di modo che tutti i paesani che il destino ha sperduto possano ancora succhiare quel latte di origine. Riunisco fotografie, almanacchi, motti e volti. Metto a disposizione tutti i libri che ho raccolto, i veri compagni di una vita, e nessuno mai viene a consultarli. Mangiatene tutti, gli dico, ma nessuno se ne arricrea. Sembra ieri, quando vedevi passare quegli intellettuali... parevano dei santi. La cultura è morta ora, e forse è meglio così. L’unica cultura che rimane è quella contadina.”

Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni, Feltrinelli

“L’aria si era impregnata della esalazione delle fotografie, dei vestiti non indossati, dei quaderni scritti, dei libri orfani negli scatoloni ammonticchiati. Gli oggetti si sbracavano, tracimavano le scatole per vendetta di essere tutti morti, sepolti vivi nelle loro bare di cartone. Trasudavano e cospiravano di giorno e di notte rendendo le loro solitudini immaginifiche. I due rimanevano così, come l’asino in mezzo ai suoni. Intrisi di niente nel dormiveglia visionario, restavano e rimandavano tutto.”

Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni, Feltrinelli

“E dato che vi piacciono gli sposalizi, andate a vedervi bene le foto. L’aria di quei disgraziati, il terrore negli occhi, la mancanza di sorriso, la compravendita, la costrizione. La sopraffazione. Ve lo faccio io il racconto, che lo conosco bene.
Come se tutto, poi, si potesse salvare con il racconto. Ognuno ne ha uno e non per questo si salva...
Basta guardare quelle foto. Il terrore negli occhi. La serietà da patibolo. Non ce n’è fiaba. Non c’è parabola. E anche questi qui che stanno suonando, ci sono dentro pure loro, che ne hanno accompagnati a centinaia, come dicono, a sponzare come i baccalà.”

Vinicio Capossela, Il paese dei Coppoloni, Feltrinelli