Svetlana Aleksievič

“D’estate andavamo solitamente al sud, ‘dove ci sono le palme, le più vicine al sole’. (Rasserenandosi.) Mi vengono in mente le parole… le nostre parole… Ci andavamo per alleviargli la sinusite… Dopo di che restavamo sommersi nei debiti fino a marzo e dovevamo tirare la cinghia: pasta come primo, come secondo e come dolce. (Tace.) Ricordo un manifesto dai vividi colori… Il litorale di Gurzuf inondato dal sole… il mare… gli scogli e la sabbia bianchi di luce e spuma delle onde. Ho conservato molte fotografie ma adesso le nascondo a me stessa. Per paura… che tutto mi esploda dentro… "

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani
“Lei è morta tanto tempo fa, non abbiamo neppure una sua fotografia, ma nel sogno l’ho riconosciuta. Laggiù, dove stanno loro, tutto è differente… Loro esistono e, al tempo stesso, non esistono, non hanno sembianze. Noi abbiamo come involucro il corpo, ma loro non hanno niente che li avvolga e li protegga. "

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani
“Arriva la risposta, con la foto. La guardo: era proprio lui, il ragazzo del sogno… Il mio grande amore. L’avevo atteso per vent’anni. Non saprei come spiegarlo, era come nelle fiabe. L’ho detto subito a mio marito: ‘Ho trovato il mio grande amore.’ Ha pianto, mi ha supplicato, ha cercato di farmi ragionare: ‘Abbiamo tre figli da crescere…’ E ho pianto anch’io: ‘Jura, lo so che sei una brava persona, i nostri figli se la caveranno con te.’ I vicini… le amiche… mia sorella… tutti mi hanno condannato. Ora sono completamente sola."

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani
“Nelle vie già gridavano: ‘Gorbačëv non vale un soldo bucato, tutti per El’cin!’ Portavano in giro cartelli con fotografie di Brežnev pieno di decorazioni, e altri con foto di Gorbačëv tappezzato di buoni di razionamento. Ed è cominciato il regno di El’cin: le riforme di Gajdar e quel ‘compra e vendi’ che io personalmente detesto… Per tirare avanti in qualche modo, ho cominciato ad andare in Polonia con sacchi di lampadine e giocattoli. Sul treno occupavamo un intero vagone: docenti, ingegneri, medici… E tutti con i loro zaini e borse di merci. Passavamo la notte a discutere del Dottor Živago di Pasternak… delle opere teatrali di Šatrov… Come nelle cucine moscovite di un tempo."

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani
“Tenevo nella mia stanza, appesa sulla parete di fronte al tavolo, una foto di Dolores Ibarruri. Sì, Grenada… e poi Cuba… sono state in cima ai nostri sogni… Dopo qualche decennio altri ragazzi hanno vaneggiato allo stesso modo riguardo all’Afghanistan… Ci hanno sempre ingannati con facilità. Tuttavia… Tuttavia! Non lo dimenticherò mai!"

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani
“Avrei volto avvicinarmi ma era già attorniato da stranieri che lo fotografano… Gli dicevano qualcosa, in italiano, in francese, in tedesco, battendogli sulla spalla: ‘Davaj! Davaj.’ Erano divertiti, contenti. Credo bene! Prima ci temevano… e adesso! Una montagna di ciarpame… E l’impero – andato a rotoli! Accanto alle matrioske e ai samovar, montagne di gagliardetti e bandiere rosse, tessere del partito e del Komsomol. E decorazioni di guerra sovietiche! Ordini di Lenin e della Bandiera Rossa. Medaglie al valore! ‘Per il coraggio sul campo di battaglia’, ‘Per i servigi resi alla Patria’. Le tocco… le accarezzo… non riesco a crederci! Non ci credo! ‘Per la difesa di Sebastopoli’ e ‘Per la difesa del Caucaso’. Erano tutte autentiche. Le nostre."

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani
"Primavera... In primavera, come sempre, i germogli si sono distesi in foglie. Verdi. Sono fioriti i meli. Bianchi. Il ciliegio selvatico ha cominciato a profumare. Si sono schiuse le margherite. Erano quelle di sempre. Allora ci siamo precipitati dai pescatori: le lasche hanno la testa e la coda al loro posto? E i lucci? Abbiamo controllato le casette degli storni: erano arrivati? Avrebbero avuto i piccoli?. Io ho sentito... I grandi che bisbigliavano... La nonna che piangeva... Dopo che sono nato io, nel 1986, nel villaggio non c’è più stata nessun’altra nascita, né maschi né femmine. Solo io. I medici non volevano autorizzare la mia nascita. Ma la mamma è scappata dall’ospedale e si è nascosta dalla nonna...E io sono nato lì, a casa di mia nonna... Questo ho sentito, origliando..."

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
“Le servono dei fatti, dei dettagli di quei giorni? Oppure vuole che le racconti la mia storia? Io, per dire, non mi sono mai interessato di fotografia, e lì a un tratto mi sono messo a fotografare, per puro caso avevo con me la mia macchina fotografica. Le faccio per me, avevo pensato. E invece adesso è il mio mestiere. Non ho potuto liberarmi dai nuovi sentimenti che provavo, non erano emozioni passeggere, ma tutta una storia spirituale. Capisce?”

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
“Di tanto in tanto passavano a trovarci dei cronisti. Facevano anche delle foto. Artefatte. Posano un violino davanti alla finestra di una casa abbandonata, inquadrano il tutto, ed ecco una “sinfonia di Černobyl’”. E dire che non c’era proprio bisogno di inventare niente. Le cose meritevoli di essere fissate nella memoria erano innumerevoli: un mappamondo schiacciato da un trattore nel cortile di una scuola... la biancheria stesa da un anno ad asciugare su un balcone, diventata tutta nera... le tombe abbandonate di un cimitero militare: l’erba cresciuta fino all’altezza dei soldati in gesso dei monumenti e nidi di uccelli sui loro mitra di gesso... una casa con la porta divelta dai saccheggiatori, ma le tendine alle finestre accuratamente tirate; gli abitanti se ne sono andati, ma continuano a vivere nelle proprie fotografie lasciate nelle case.”

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
"Ogni tanto mi chiedono: “Perché non usi mai la pellicola a colori?”. Ma si tratta di Černobyl’... Čërnaja byl’... Una storia vera... Nera... Gli altri colori non esistono... La mia storia? Un commento a queste... (Indica le fotografie.) Va bene. Ci provo. Capisce, è tutto qui dentro... (Accenna di nuovo alle fotografie.) A quel tempo lavoravo in fabbrica come meccanico e studiavo per corrispondenza all’università, facoltà di storia. Sono stato richiamato con altri riservisti e ci hanno fatto partire con urgenza. Come al fronte. – Dove si va? – Dove vi ordineranno. – Cosa faremo? – Quel che vi ordineranno. – Ma siamo degli edili. – E infatti vi faranno costruire. Ricostruire."

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O

"In quei primi giorni... Non avevano ancora mostrato neanche una foto e io già mi immaginavo cosa dovesse essere: soffitti crollati, mura diroccate, fumo, vetri in frantumi. Bambini ammutoliti portati via. File di automezzi. Gli adulti piangevano, i bambini no."

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
"Ancora non avevano pubblicato neanche una fotografia... Se interrogassimo la gente, probabilmente scopriremmo che per raffigurare l’apocalisse non abbiamo altre immagini che queste: esplosioni, incendi, cadaveri, panico. Che è poi ciò che ricordo dalla mia infanzia... (Tace.) Ma di questo poi... A parte... Invece qui è successo qualcosa di diverso... E anche la paura è diversa... Non fa rumore, non la si vede, non ha né odore né colore, ma ci cambia sia dal punto di vista fisico che psichico. Ci cambia la composizione del sangue, il codice genetico, e cambia anche il paesaggio... Qualsiasi cosa noi si pensi, o si faccia... Per dire, la mattina mi alzo, bevo il tè... Vado alle prove... Incontro gli studenti... E questa cosa è sempre lì, sopra la mia testa, che incombe. Come un segno. Come una domanda. Non posso paragonarla a niente. Della mia infanzia ho dei ricordi che non somigliano per niente a questo..."

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O

“Qualche volta mi sembra di sentire la sua voce... Come quando era vivo... Perfino le fotografie non hanno su di me un effetto così forte come la voce. Ma lui non mi chiama mai... Neanche in sogno... Sono io a chiamarlo...”

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
“Ho visto un melo in fiore e ho cominciato a riprenderlo... nel ronzio dei bombi, quel colore bianco, nuziale... E, di nuovo, gente al lavoro, frutteti pieni di fiori... Nell’obiettivo della mia cinepresa... Ma c’è qualcosa che non riesco a capire, che non mi torna... L’esposizione è normale, l’inquadratura buona, eppure... E all’improvviso mi trafigge un pensiero: non ci sono odori! La fioritura è in pieno rigoglio ma non manda nessun odore! Ho saputo solo successivamente che l’organismo può reagire alle forti radiazioni bloccando qualche organo. Però sul momento mi sono ricordato di mia madre che aveva settantaquattro anni e si lamentava di non sentire più gli odori. E ho pensato che qualcosa del genere stesse capitando anche a me. Ho chiesto agli altri della nostra squadra, eravamo in tre: “Che odore ha il melo?”. “Ma non ha nessun odore!”. Ci stava succedendo qualcosa... Il lillà non aveva odore... Il lillà!... E ho cominciato a provare la sensazione che tutto quello che mi circondava fosse falso.”

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
“Era proibito riprendere la tragedia, si poteva riprendere solo l’eroismo! Poi, certo, degli album fotografici su Černobyl’ hanno finito per uscire, ma quante volte gli operatori si sono visti fracassare le cineprese e le telecamere! O sono stati condotti al cospetto delle autorità... Per raccontare onestamente Černobyl’ bisognava avere del coraggio, e ce ne vuole tuttora. Mi creda! Ma deve proprio vederli... Questi fotogrammi... I volti, neri come la grafite, dei primi vigili del fuoco. E gli occhi? Sono già gli occhi di persone consapevoli di doverci lasciare. In uno spezzone si vedono le gambe di una donna che la mattina dopo la catastrofe era andata a lavorare nell’orto, vicino alla centrale nucleare. Aveva camminato nell’erba coperta di rugiada... Le sue gambe ricordano un setaccio, tutte bucherellate fino alle ginocchia... Deve vederlo senz’altro, considerato il libro che scrive...”.

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
“Lui s’era comprato degli indumenti nuovi: un abito, una camicia, un paio di scarpe e una macchina fotografica ed era andato nel migliore ristorante di Mosca, al Nacional, e aveva ordinato i piatti più cari, aveva bevuto del cognac e del caffè, accompagnandolo con una torta di gran pasticceria. Alla fine, quando era stato sazio, aveva chiesto a qualcuno di fotografarlo in quello che era il momento più felice della sua vita. ‘Torno nell’appartamento dove vivevo e mi rendo conto di non provare alcuna sensazione di felicità. Nonostante quell’abito, quella macchina fotografica… Perché non ero felice? Mi sono tornati in mente di colpo i pneumatici, la zuppa preparata nel locale della caldaia. Lì sì ero compitamente felice perché la felicità la cercavamo allo spasimo. La felicità… Lui non avrebbe mai barattato i suoi anni nel lager con nient’altro al mondo… Erano la sua riserva segreta, la sua ricchezza. Aveva vissuto nei lager dai sedici fino quasi ai trent’anni…”.

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani
“Finché restavo con lui... evitavano di farlo... Ma quando io non c’ero, lo fotografavano... Indosso non aveva niente. Era nudo. Coperto solamente da un lenzuolino leggero. Lo cambiavo io ogni giorno e la sera era tutto insanguinato. Quando lo sollevavo, dei pezzetti della sua pelle mi restavano appiccicati alle mani. Gli chiedo: “Caro! Aiutami anche tu! Puntellati col braccio, sollevati sul gomito per quanto puoi, perché io possa sistemarti meglio il letto, lisciarlo per bene, in modo che non ci siano pieghe o costure”. La minima grinza sul letto gli procurava una piaga. Per non impigliarmi da qualche parte, e fargli male, mi tagliavo le unghie talmente corte che sanguinavano. Nessuna delle infermiere poteva avvicinarsi a lui, toccarlo, per qualsiasi cosa chiamavano me. E quelli continuavano a fotografare... Per la scienza, dicevano.”

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl, Edizioni E/O
“Il Vecchio Arbat, il mio amato Arbat è tutto ingombro di bancarelle: matrioske, samovar, icone, fotografie dello zar e della sua famiglia. Ritratti fotografici dei generali bianchi, Kolčak, Denikin e un busto di Lenin… Matrioske d’ogni tipo, con la testa di Gorbačëv, con la testa di El’cin. Non riconoscevo più la mia Mosca. Dov’ero capitata? Un vecchio suonava la fisarmonica seduto su quattro mattoni. Aveva il petto coperto di medaglie. Cantava canzoni di guerra e ai suoi piedi c’era un cappello con dentro qualche moneta."

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, Bompiani